Ambiente

La marginalizzazione e il ruolo dell’antropizzazione nel paesaggio rurale:
il valore delle aree montane e il ruolo assunto dalle popolazioni locali

La necessità di occuparsi dell’ambito territoriale montano è conseguenza della nascita, nel corso del XIX° secolo, di una «questione montana», che deriva essenzialmente dall’abbandono della montagna da parte dell’uomo, espresso in termini di marginalizzazione.

Il fenomeno è avvenuto in conseguenza alla regressione a livello europeo del modello di sviluppo socio-economico tradizionale – alla cui base vi era il settore primario – e all’affermarsi del modello «industriale-metropolitano», che ha escluso tutti quei territori, in primis le montagne, non in grado di rispondere alle sue esigenze e quindi di aderire ad esso. Ciò ha innescato un progressivo esodo da parte dell’uomo dalla montagna (soprattutto dalle aree più impervie e segnate da condizioni di vita dure), causando uno squilibrio nel rapporto esistente tra la dimensione naturale e la dimensione antropica all’interno degli ecosistemi montani e la conseguente trasformazione dei paesaggi tradizionali.

Inoltre, la fuga dell’uomo dalle montagne verso la città, dovuta alla mancanza di servizi, a problemi di accessibilità, di comunicazione, di sanità, ha in seguito contribuito a innescare nelle aree urbane problemi di sovraffollamento e di disoccupazione, oltre che di sovrasfruttamento delle risorse naturali.

Il problema della massiccia urbanizzazione delle pianure e delle valli è di estrema attualità, soprattutto in termini di qualità di vita e di salute pubblica, ed è correlato al fenomeno dell’abbandono delle montagne e delle aree rurali in generale.

Attualmente l’urbanizzazione in Europa è in continuo aumento, nonostante circa i tre quarti della popolazione dell’Europa occidentale risieda già in aree urbanizzate. Le comunità che si insediano nelle città provengono principalmente dalle aree rurali, tra le quali vi sono anche quelle montane, mediante flussi migratori internazionali e oggi anche nazionali e regionali.

Le aree montane a livello europeo ricoprono il 30% della superficie totale e, a livello italiano, il 54,3% della superficie nazionale.

In Italia, quindi, disinteressarsi delle dinamiche che avvengono all’interno dei territori montani significa disinteressarsi di oltre metà della superficie nazionale. L’analisi e la gestione della «questione montana» è resa necessaria dai dati relativi alla rilevanza territoriale posseduta dalla montagna, ma anche dalla rilevanza ecosistemica posseduta dai territori montani.

‍ Occuparsi dei problemi della montagna, infatti, risulta indispensabile in quanto i processi e gli impatti che avvengono al suo interno si ripercuotono inevitabilmente a scala di bacino idrografico, per lo strettissimo rapporto relazionale ed ecosistemico che lega i diversi piani altitudinali di un territorio e, quindi, interessano direttamente i territori e le popolazioni della collina e della pianura fino alle aree costiere, soprattutto in termini di dissesti idrogeologici. In tal senso deve essere letta la necessità di implementare le politiche di pianificazione a livello d’area vasta, la cui scala di riferimento è individuata nel bacino idrografico.

L’importanza di considerare le dinamiche che interessano l’ambito montano deriva anche dalla consapevolezza dei suoi elevati valori naturalistico-ambientali ed antropico-culturali e dalla sua ridotta stabilità, ravvisabile anche dalle recenti trasformazioni legate ai cambiamenti climatici. Gli elevati valori naturalistico-ambientali ed antropico-culturali derivano dalla complessità naturalistica, generatasi in funzione del gradiente altimetrico, dei substrati geologici e della morfologia, e dall’informazione culturale fornita dall’uomo.

«Le superfici montane italiane ed europee rappresentano ambienti unici nelle proprie complessità e diversità. Come importante ecosistema all’interno dell’ecologia complessa del nostro pianeta, gli ambienti montani sono essenziali per la sopravvivenza dell’ecosistema mondiale.

Le montagne forniscono risorse vitali per l’intera Europa, rappresentano una parte importante del patrimonio ecologico europeo sia sotto il profilo paesaggistico, estetico e ricreativo, sia per l’elevata biodiversità delle specie e degli habitat».

L’importanza dell’ambiente montano a livello europeo è facilmente intuibile e deriva dalla sua stessa natura. Le montagne abbracciano diverse fasce altimetriche corrispondenti a differenti condizioni climatiche e possiedono un’elevata varietà geomorfologica, ospitano un gran numero di ecosistemi, specie e varietà di geni, tanto che vi si trova quasi il 25% degli habitat di interesse europeo (Agenzia Europea dell’Ambiente, 1999).

L’eco-fattore uomo, inoltre, ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della biodiversità e dell’ecodiversità degli ambienti montani, ruolo spesso trascurato e non riconosciuto.

L’ambiente montano italiano ed europeo non può essere definito, almeno nella sua totalità, un ambiente naturale in senso stretto. Le sue attuali conformazioni e diversificazioni derivano in buona parte dalle trasformazioni e dalle attività che l’uomo ha realizzato per secoli al suo interno.

Infatti, le comunità montane hanno adattato il loro lavoro e il loro sistema di vita alla montagna, modellandola e trasformandola dal punto di vista morfologico, vegetazionale, faunistico e fisionomico.

In particolare, l’azione antropica si è concretizzata mediante le pratiche agricole e zootecniche tradizionali, con le quali ha modellato e delineato il paesaggio montano così come oggi lo conosciamo con i suoi prati, i suoi pascoli, i suoi boschi e le sue malghe.

I sistemi zootecnici hanno rappresentato per secoli esempi di sostenibilità grazie al mantenimento di un equilibrio ambientale manifestatosi attraverso la creazione di scenari e paesaggi ordinati.

La regressione o perdita delle attività primarie determina la mancanza dei flussi energetici, che nel passato definivano gli equilibri dei paesaggi montani e, quindi, determina l’innescarsi di processi nuovi, che spesso portano ad una minore stabilità degli ecosistemi e del paesaggio nel suo complesso.

La presenza dell’uomo risulta essere oggi requisito essenziale per il mantenimento delle specificità naturalistiche, paesaggistiche e storico-culturali delle montagne e per assicurare la protezione delle aree vallive. La mancanza di manutenzione a monte si ripercuote a valle mediante smottamenti, variazione dei regimi dei corsi d’acqua e del rapporto erosione-sedimentazione.

La cultura umana, quindi, ha generato e genera cambiamenti nel paesaggio, che a sua volta ha influenzato ed influenza i comportamenti umani. Il processo adattativo dell’uomo, diversamente dalle altre componenti biotiche, non si è sviluppato attraverso un’evoluzione biologica, ma attraverso un’evoluzione culturale. Tale aspetto è fondamentale, in quanto si trova di fatto alla base degli squilibri che attualmente interessano l’ambito montano e non solo, essendo alla base dell’odierna crisi ecologica.

Il paesaggio rurale, frutto di alcuni millenni di storia, è da sempre riconosciuto come uno degli elementi fondamentali dell’identità culturale del nostro Paese. Fino a qualche tempo fa, il paesaggio rurale era oggetto di esclusivo interesse degli «addetti ai lavori» (storici, ecologici, ecc.) ma in questi ultimi anni si registra un crescente interesse da parte dei diversi stakeholders che operano sul territorio. Il rinnovamento del modello di gestione dei paesaggi montani dovrebbe avere come riferimenti il «mantenimento», la «stabilità», la «qualità» e considerare i molteplici valori ed elementi presenti all’interno dei paesaggi montani.

Il recupero del valore ambientale e paesaggistico dei percorsi natura rappresenta un obiettivo di fondamentale importanza per l’individuazione e la progettazione di percorsi ambientali e culturali, atti a promuovere la conoscenza del territorio.

I «percorsi natura» possono rappresentare uno degli strumenti di valorizzazione e sviluppo del territorio in grado di connettere le popolazioni, con le risorse del territorio stesso e rappresentare una chiave di lettura e conservazione del paesaggio.

Le aree montane non dovrebbero essere considerate come aree svantaggiate, ma come aree ricche di potenzialità alle quali applicare una logica di «pari opportunità», che porti all’implementazione di politiche proattive. La creazione di «circuiti virtuosi» è resa possibile solo dalla condivisione di obiettivi con la popolazione locale e gli operatori economici locali, in modo da innescare eco-fattori positivi all’interno dei paesaggi montani. Da qui l’importanza fondamentale di garantire lo svolgimento del ruolo assunto dalle popolazioni locali, assicurando la possibilità alle popolazioni montane di vivere nei propri territori d’origine e soprattutto mantenendo attive le pratiche agrosilvopastorali.

Secondo questa ottica, le popolazioni montane svolgono un importantissimo servizio di pubblica utilità, che non risulta ancora pienamente riconosciuto né dal punto di vista economico né dal punto di vista socio-culturale.

Grazia Soccio

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