La nostra storia

Don Angelo P. Cracina:
un cuore grande e generoso

Don Angelo Pietro Cracina aveva un legame con Montemaggiore tramite il ramo paterno della sua famiglia.

La famiglia di origine

Il padre Valentino lasciò il paese in gioventù per cercare lavoro: era un ragazzo intraprendente, desideroso di migliorare la propria posizione. Si innamorò di una delle figlie del suo datore di lavoro, un imprenditore edile di origine veneta, molto conosciuto e stimato in regione ed in Carinzia. Cecilia Amalia era una giovane donna molto istruita per l’epoca, parlava correntemente tre lingue. Subito dopo il matrimonio Valentino trovò casa in affitto a Raschiacco, frazione del comune di Faedis e vi si trasferì con la moglie. Successivamente, insieme ai quattro fratelli non sposati, acquistò un appezzamento di terreno sempre a Raschiacco. Ognuno di loro edificò su di esso la propria casa. A Montemaggiore, invece, restò la sorella Maria già maritata.

Valentino e Cecilia Amalia ebbero sei figli in una decina d’anni: Angelo Pietro, Margherita, Luigi, Eurosia, Maria e Cesare. Purtroppo alla fine del 1918, durante l’epidemia di «Spagnola», la moglie ed il figlioletto minore morirono ed egli restò con cinque figli ancora piccoli da accudire. Ben presto Valentino si unì di nuovo in matrimonio ed ebbe due figlie dalla seconda moglie. L’infanzia dei cinque figli maggiori con la matrigna non fu felice.

Angelo Pietro, primogenito dei figli di Valentino, nacque a Campeglio il 16 aprile del 1909 e il suo primo contatto con Montemaggiore avvenne facendo visita ai parenti fin da bambino e poi da adolescente. Trascorse qualche giorno nel «Tisouaz» (località alla periferia di Montemaggiore dove viveva sua zia Maria con la famiglia) anche quando frequentava il seminario.

Gli studi

Angelo si avvicinò al mondo ecclesiastico grazie al parroco di Faedis di quell’epoca che lo aiutò ad entrare in seminario a Udine per studiare. Era un ragazzo molto intelligente. In seminario ebbe come guida, dal 1921 al 1933, Ivan Trinko (sacerdote fautore della conservazione delle peculiarità etniche e culturali della Slavia veneta, poeta, scrittore, traduttore, linguista, pittore, compositore, professore di filosofia, originario del comune di Savogna). Sotto l’ala protettrice del suo padre spirituale, maturò la volontà di seguire la sua vocazione che lo portò a prendere i voti sacerdotali il 23 luglio 1933.

La missione sacerdotale non rappresentò un impedimento per il proseguimento dei suoi studi. Oltre all’italiano ed al friulano, padroneggiava il dialetto sloveno parlato nelle Valli del Natisone ed altre lingue, la maggior parte di origine slava.

Nel 1968 si laureò in Liturgia all’Università di Padova, nel 1971 ottenne la Licenza di Teologia ed infine nel 1974 un dottorato in Liturgia pastorale presso l’Università Lateranense di Roma.

La vita sacerdotale

Dopo essere stato cappellano a Paularo e Gemona del Friuli, svolse la sua attività pastorale a Vernassino, ove, nonostante i divieti fascisti, utilizzò lo sloveno per celebrare la Santa Messa. Durante la Seconda guerra mondiale fu cappellano della GIL fino al 1943. Divenne parroco a S. Leonardo nel 1939 e ricoprì tale incarico fino al 1966. Durante il suo ministero pastorale è stato un tenace difensore dei diritti umani e dei valori cristiani così come della lingua slovena utilizzata sia in chiesa che in pubblico. Si può affermare con assoluta certezza che gran parte della sua attività sacerdotale si svolse in un quadro di travagliati avvenimenti storici, a partire dal ventennio fascista, dove si erano affermate ideologie nazionalistiche che miravano a cancellare le minoranze linguistiche. La Seconda guerra mondiale e, infine, la lotta di liberazione segnata dai contrasti all’interno della Resistenza sui futuri assetti confinari. Infine, i complessi anni del secondo dopoguerra, registrarono una recrudescenza dell’atteggiamento ostile nei confronti di tutti i sacerdoti sloveni.

Nel 1966 venne nominato Monsignore, quindi trasferito a Buja, dove ricoprì l’incarico di parroco fino al 1981. Guidò una parrocchia più estesa con lo stesso zelo con cui per tanti anni seguì la più modesta parrocchia di S. Leonardo, conquistando grande affetto da parte della popolazione che ebbe l’onore di averlo come parroco, anche nel difficile periodo del terremoto del 1976. Trascorse gli ultimi dieci anni della sua vita a Cividale del Friuli, dove nel frattempo venne nominato canonico del Capitolo di Cividale, nella sua residenza in Piazza S. Francesco, condivisa con le sorelle Margherita e Maria che negli anni si sono occupate di lui.

Si riavvicinò in tal modo ai luoghi che testimoniano le sue origini: la sua Campeglio dove viveva ancora il fratello Luigi con la famiglia; le Valli del Natisone dove veniva accolto, con la stessa felicità di un tempo, da numerosi ex parrocchiani che lo incontravano per le strade di Cividale. Sebbene divenne una persona estremamente dotta, non ostentò mai la sua immensa cultura e mantenne vivo il rapporto con il suo prossimo grazie all’umiltà acquisita con le sue origini contadine. Un uomo modesto, profondamente umano, carico di empatia ed altruista. Una riflessione, a tal proposito, è volta al suo spendersi nel corso degli anni al fine di allertare le autorità ecclesiastiche circa i bisogni e i diritti dei credenti sloveni.

Un sacerdote perseverante, a cui la vita non ha regalato nulla sin dalla tenera età. Sempre dedito ai parrocchiani, come un padre amorevole combatte per i suoi figli, trovando nella Fede forza, volontà ed energia per affrontare e superare tante battaglie.

La persecuzione a causa della minoranza slovena

Negli anni bui della guerra fredda difese strenuamente la lingua, la cultura e l’esistenza stessa della popolazione a lui affidata. Nella seconda metà del 1945, Don Angelo contattò il prefetto di allora, Agostino Candolini, circa l’utilizzo dello sloveno nelle celebrazioni eucaristiche; il prefetto gli confermò la facoltà di praticare la lingua slovena nell’esercizio delle funzioni ecclesiastiche. Don Cracina quindi adottò un sistema misto: la messa mattutina, in sloveno, alla quale partecipavano solo povere massaie; quella domenicale, invece, in italiano. Nel 1947 il clima di odio divenne ancora più intenso e dalle minacce si passò all’aggressione vera e propria, facinorosi tentarono addirittura di incendiare la canonica di S. Leonardo.

Durante l’occupazione titina, fu diffidato, un paio di volte, in chiesa da partigiani armati per la sua attività italiana. Nel 1947 stampò, in italiano, un bollettino parrocchiale e conseguentemente venne accusato d’essere democristiano. Era inviso da entrambe le fazioni.

Alla fine degli anni ‘40 fu duramente contestato, similarmente ad altri parroci «beneciani» (provenienti da paesi oggi rientranti nella minoranza slovena della provincia di Udine) dai giornali nazionalisti Il Tricolore e La vedetta del Natisone. In quel periodo, i parroci che utilizzavano la lingua slovena per la celebrazione della Santa Messa, furono accusati di essere antitaliani e filocomunisti.

Nel 1950, analogamente giornali di maggiore tiratura quali il Messaggero Veneto e il Corriere della sera lo contestarono fortemente. Il Vescovo con l’intento di smorzare i toni, tramite le pagine de La Vita Cattolica, difese pubblicamente tutti i sacerdoti sloveni dalle aggressioni. Nonostante l’intervento dell’alto prelato, le polemiche non si placarono e, qualche anno più tardi, vennero coinvolti altri quotidiani come il Friuli liberale e l’Arena di Pola. Il Vescovo lo esortò nuovamente a tenere un basso profilo ma Don Angelo Cracina disobbedì, querelò i giornali e vinse la causa. Durante il processo, il sacerdote dichiarò alla Corte che il governo fascista impose a tutti i seminaristi di Udine di imparare lo sloveno. Tale circostanza avvenne propriamente nel 1933 quando il regime fascista proibì l’uso della lingua slovena ed egli, nel contempo, imparò lo slavo (esteso nelle Valli del Natisone) per poter interloquire con gli abitanti non alfabetizzati, che parlavano solo il loro dialetto locale ma che non capivano lo sloveno vero e proprio.

Le sue pubblicazioni

Ricercatore e studioso della storia e della cultura locali, pubblicò numerosi volumi, opuscoli ed articoli su giornali locali. Dedicò molta attenzione alla tradizione, registrando cognomi e soprannomi di famiglie, proverbi, motivi popolari e una ricca varietà di informazioni che hanno dato lustro alla lingua slovena e a quella parlata nella zona slavofona della provincia di Udine. Pubblicò la tesi della laurea conseguita nel 1974 nel volume Gli slavi della Val Natisone. Religiosità e folclore latino e slavo nell’alto Friuli.

Il suo nome resta legato al ritrovamento del manoscritto Starogorski rokopis, che successivamente ha pubblicato nella brochure, Antiche preghiere popolari slovene del Santuario di Castelmonte. Si tratta di uno dei documenti più antichi, risalente a fine XV secolo, col quale si è guadagnato un ricordo indelebile nella letteratura slovena. In altrettante dieci brochure ha dimostrato l’importanza e la bellezza delle vecchie preghiere e di ulteriori tradizioni popolari (Novena di Natale nella parrocchia di S. Leonardo).

Il ricordo

Ringrazio la famiglia per avermi fornito informazioni più dettagliate riguardanti la sua infanzia e le foto a corredo di questo articolo. Sono al corrente che gli abitanti di Montemaggiore conoscono poco o nulla di questo sacerdote, studioso, ricercatore, dalla grande passione per la storia e le lingue, che ha saputo conquistare riconoscimenti internazionali, senza mai allontanarsi dalle sue origini e spendendo tutta la sua vita per il prossimo.

Si può descrivere la grande generosità che lo animava quando era parroco a S. Leonardo. Quando officiava il rito della benedizione delle case, era uso da parte della popolazione offrire al sacerdote generi alimentari. Egli partiva dalla canonica accompagnato dal sacrestano portando con sé un carretto. Lungo il percorso benediva le abitazioni e nel contempo accoglieva i doni alimentari offerti quali uova, formaggio, pollame, verdura. Tuttavia, interfacciandosi con molteplici attività rurali, trovava miseria e persone malate. Colpito da tanta sofferenza, depositava le derrate alimentari ricevute fino ad allora e partiva nuovamente con il suo giro di benedizioni. A fine giornata tornava alla canonica con ben poche riserve ma felice della missione benevola volta al suo prossimo.

E’ stato, suo malgrado, anch’egli un discendente di Montemaggiore, anche se le ricerche sul proprio cognome l’hanno portato a riconoscere l’origine della sua famiglia nella cittadina slovena di Nova Kracina.

Ho avuto il piacere di conoscerlo, di essere più volte sua ospite, di entrare in contatto con il suo carattere schivo, la sua bontà e la sua grande umanità. Sono felice di condividere con tutti voi il suo percorso, il ricordo di tutte le sue battaglie, per preservarne la memoria a trent’anni dalla sua scomparsa.

Mons. Cracina

Don Carcina a Buja durante la celebrazione della S. Messa

Il Manoscritto di Castelmonte (Starogorski rokopis in sloveno) è uno dei più antichi documenti, fino a noi pervenuti, scritto in lingua slovena. Fu redatto da Lorenzo da Mernico presso il santuario della Beata Vergine di Castelmonte, situato nelle vicinanze di Cividale del Friuli, tra il 1492 ed il 1498. Il periodo corrisponde a quello in cui l'idioma sloveno, fino ad allora prettamente orale, cominciava a sviluppare le regole per dotarsi anche di una forma grafica.

Il manoscritto, composto da due fogli, contiene le tre principali preghiere del Cristianesimo: il Padre Nostro, l'Ave Maria ed il Credo. Nel testo sono presenti caratteristiche peculiari delle parlate del Carso interno, della Slavia Veneta e della Carniola (in sloveno: Kranjska, è una regione storico-geografica collocata tra il Friuli orientale ad ovest, la Carinzia a nord, la Stiria, la Croazia e l'Istria ad est e sud, che ha costituito il nucleo fondante dell'attuale stato sloveno; nei secoli passati, sotto il dominio degli Asburgo, rappresentava la provincia dove la comunità slovena occupava quasi tutto il territorio).

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